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Reader [ un borghese anormale ]
 




   

 " ..non so le regole del gioco,
    senza la mia paura 
    mi fido poco".


 
La bomba in testa
 Storia di un impiegato
 Fabrizio De André





"Alle belle donne e ai poeti
  si perdona la doppiezza".

Prezzolini
 











































26 luglio 2007


Beograd

Te l’avevano detto che era caldo, ma non ti aspettavi di certo 46 gradi. E t’infili in una Clio nera nuova nuova che il tizio ti affitta come se fosse una Rolls. E’ fin troppo gentile. Nel suo sgabuzzino batte un po’ sulla calcolatrice e poi ci dice la tariffa più conveniente per il nostro tragitto. Parla benissimo inglese. Vorrebbe spiegarci tutto della Serbia, ma non lo ascoltiamo: vogliamo andare, partire. Così affida il suo racconto a una cartina di Belgrado, ce la regala buttando lì ancora altri due o tre nomi. Ci affacciamo alla strada come due bambini. Enormi palazzoni spuntano come funghi nel nulla ai bordi delle strade. Cerchiamo il centro. Chiediamo a due che ci affiancano al semaforo. “Follow me”, dice un omone enorme. Ha la faccia buona. Lo seguiamo. E li vedi che se la ridono. Ti fidi? Dopo un po’ si fermano e ti indicano un parcheggio. Scendono. Anche loro parlano un perfetto inglese. A un tizio che ci chiede soldi per l’auto spiegano di non provarci neanche, ché lì la sosta è gratuita. Ci lasciano gli indirizzi di due ristoranti e il loro cellulare: “Se avete bisogno di qualcosa chiamate pure”. Salutano e se vanno. Pullman e auto smarmittate, vecchie, puzzolenti, lente o enormi Mercedes nuovissimi e lindi. C’è poca gente in giro. Turisti zero. Palazzi che stanno su per scommessa si alternano a edifici nuovi e curatissimi. La via centrale di Belgrado è lunga 800 metri circa. Venti negozi, con un po’ tutto. Dalla playstation all’Ipod, da Zara a Banca Intesa al Mc. Bar con tavolini all’aperto. Qui è tutto pulito, lindo, curato. All’apparenza: i palazzi che fuori sembrano nuovi dentro cadono a pezzi. Alcuni non hanno luce, altri hanno dei cortili con abbandonate carcasse d’auto, giochi per bambini, soffitti crollati. Pochissime parabole. Dobbiamo andare a Cacak. Ma prima voglio vedere il mausoleo di Tito. Un’impresa trovarlo. Ma perdendoci finiamo nella zona residenziale di Belgrado: ville superblindate, con poliziotti all’esterno. Sono ambasciate e residenze dei diplomatici. In questo sputo di terra dilaniato da conflitti infiniti svetta una bandiera americana. E a me monta la rabbia. La triste, inutile, rabbia. I frutti delle cosiddette bombe intelligenti a stelle e strisce li vedremo poco dopo: palazzi squartati, sventrati, dilaniati. Tito ci aspetta. Ma entriamo in un museo e siamo già lì a pagare il biglietto che spunta una ragazza, ci ferma: “Qui ci sono solo due auto di Tito da vedere, il mausoleo è più avanti, non entrate, non merita”. Il mausoleo è chiuso, non lo vedremo. Ma anche qui, alla periferia di Belgrado, qui dove i turisti non arrivano, dove le auto sono rottami e i soldi una sorta di miraggio, anche qui c’è onestà. Ed è questo che ci accompagnerà per tutto il viaggio. Al bar ai bordi della strada, dove ci fermiamo a bere una birra, e alla fine offriamo da bere a dei camionisti serbi che volevano offrirlo a noi e con i quali parliamo con il proprietario che fa da interprete. O lungo il Sava dove chiediamo informazioni a una donna per sapere se c’è una tabaccheria ma no, dice lei, “qui non ce n’è” e spunta uno in bicicletta e ci regala un pacchetto pieno e se ne va via. Ovunque cortesia e onestà. E gioia. Cazzo mai visto così tanta gente vivere felice. Nonostante il nulla intorno. E il matrimonio poi, un magnifico viaggio, infinito; nella ricchezza più profonda della semplicità. Un gran bel popolo, bella scoperta. Guidano da cani. In 160 km di strada ci saranno state almeno 60 lapidi. Ma forse è l’abitudine a non aver paura della morte, mi dicono. Sarà, anche se è un po’ da stronzi, penso, ma forse lo è altrettanto morire per le bombe di uno stato che non c’entra un cazzo con i loro conflitti. E loro lo sanno che non sono finiti. C’è rancore, ancora, tra serbi e croati e kosovari. C’è che sono cattolici, musulmani e ortodossi. C’è che qualcuno inneggia Tito e altri ancora Milosevic. C’è che piuttosto che consegnare Mladic e Karadzic non entrano nella Ue. E lo sanno dove sono, lo dicono chiaramente che i due vivono belli sereni tra Cacak e Belgrado. Ma non li denunceranno né consegneranno mai. E’ un mondo da scoprire, un popolo da conoscere. Ci torneremo.




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10 luglio 2007


Sposarsi a Belgrado - 2

Pare che la gente sia allegra, nonostante tutto. E che loro sì, davvero hanno rialzato la testa, si stanno riprendendo e bene. L ’occidentalizzazione li interessa fino a un certo punto. Fino cioè a quando non tocca le loro tradizioni, che difendono con naturalezza assoluta e a prescindere. E amano la gente. Di festeggiare non hanno mai perso la voglia. E così, cercando nell’infinito gorgo di internet, saltan fuori dei gran bei filmati di quello che ormai chiamiamo il “grasso grosso matrimonio serbo”.
Devo dare qualcosa in pasto alla mia curiosità, che aumenta ogni giorno. La partenza è vicina. Ci stiamo attrezzando e io voglio almeno sparare in aria col Kalashnikov.  E oggi mi mangio questi balli augurali agli sposi (
uno e due) e le fanfare e una tradizionale (pare) danza nella quale l’uomo schiaffeggia la donna (e questo qui va giù pesante) e tanti altri.




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5 luglio 2007


"come è facile volerti male..."

Passi che non c'è il mare, vabbé. E che per raggiungerne uno scorcio decente le strade facciano schifo e servano almeno due orette e trenta minuti minimo. "E' però ci sono certi laghi", qualcuno dice. E pensi che questi gran laghi sono molto simili tra loro e molto poco accessibili e, diciamocelo su, un po' bruttarelli, anonimi. Ma cristo il dramma è che non ci sono neppure dei bei monti decenti. Ah, la Lombardia, che regione del cazzo. Incompleta, tutto a metà.




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21 giugno 2007


Sposarsi a Belgrado - 1

Pare che i matrimoni serbi siano qualcosa di incredibilmente particolare e bello. Una vera e propria festa che dura non meno di 48 ore. Comincia la sera prima del matrimonio e termina la mattina dopo. E sono i Rom il cuore pulsante della festa. La loro musica e i loro balli accompagnano la sposa per le 48 ore. Colori, suoni e bambini si mischiano a odori del cibo che dalle case dei paesi che attraversa la carovana accolgono festeggiati e invitati. E in segno di riconoscenza per aver condiviso anche con gli estranei la gioia del matrimonio, gli sconosciuti che si affacciano sulla carovana lanciano monete dalle finestre. E' una festa totale. In particolar modo nel sud della Serbia, dove non si è persa nessuna delle tradizioni. Così l'intero paese (o città) si ferma per festeggiare gli sposi. Ci sono bande, balli ovunque, gente che spara, donne scalze che portano doni alla futura moglie e madre. Un fiore o una focaccia. Sorrisi.




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6 giugno 2007


next destination



Niente enterogermina, questa volta.
Questa volta serve un antipulci. Parecchie aspirine. Riso. Mumble... 
Lista in divenire.  




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27 maggio 2007


"Oh ma è storia". Già.



                 

(qui le foto)
(un po' di storia I)
(un po' di storia II)




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15 maggio 2007


pista



C'è questo bel giro tra Emilia, Toscana e Liguria. 200 km tra montagna e mare.
Molto poco asfalto. La mia bici sicuro ce la fa, le mie gambe non lo so. Ma provo.




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